Notizie dal mondo

Rapporto Svimez: al Sud sale la povertà, non la crescita

  • dimensione font riduci dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font aumenta la dimensione del font
  • Stampa
  • Email
  • Ottieni il PDF dalla pagina webPDF

(Italia Oggi, 25 settembre 2018)

Lo conferma la lettura dei dati riportati nei vari rapporti Svimez. Al Sud cresce la povertà, restano pochi e timidi i segnali economici confortanti, è confermata la fuga dei giovani laureati e non. E c’è il fondato timore che le prossime rilevazioni forniscano un quadro ancora più desolante, in mancanza di concrete iniziative. Tanto più che gli investimenti pubblici sono in considerevole flessione e quelli privati, pur mostrando una modesta dinamicità, restano comunque insufficienti se non inseriti in un piano organico di rilancio.

Occorre inoltre sottolineare anche il fenomeno dei cosiddetti working poor, ovvero degli “occupati poveri”, con retribuzioni cioè del tutto inadeguate. Una realtà che rappresenta un fenomeno di assoluta rilevanza e che concorre non poco alla massiccia percentuale di povertà presente nel Meridione. La modesta crescita dell’occupazione, infatti, anche se trionfalisticamente celebrata da alcuni, è in realtà solo apparente, in quanto per gran parte costituita da rapporti di lavoro precari e a tempo determinato.  

E’ innegabile che il problema dell’occupazione riguardi l’intero territorio nazionale e segnatamente i giovani, ma è altrettanto innegabile che non si può sperare di ottenere una vera crescita del Paese ignorando le pesantissime condizioni di disagio certificate nel Mezzogiorno oltre che dai dati statistici, dalle crescenti diseguaglianze e dalle tristi esperienze quotidiane di milioni di famiglie in stato di povertà assoluta o relativa.

Servono, cioè, interventi decisi e mirati per una effettiva ripresa dell’economia reale, degli investimenti produttivi, pubblici e privati, dell’occupazione e dei consumi.

La stessa revisione della legge Fornero può e deve favorire un più generale, organico e improcrastinabile ricambio generazionale che reinserisca strutturalmente i giovani nel circuito produttivo e realizzi condizioni indispensabili per superare odiose diseguaglianze. Non si può continuare a lasciare al palo i giovani, né insistere con interventi a pioggia. Perché il Paese riparta, cioè, vanno garantiti pari diritti su tutto il territorio per evitare che si parli di intere zone a “cittadinanza limitata”!

Valga ad esempio l’annoso problema, di cui pure si tratta nel “contratto di governo”, delle croniche inefficienze dei centri per l’impiego, strutture che dovrebbero facilitare l’incontro tra offerta e domanda di lavoro. Sicuramente servono interventi per una loro radicale riorganizzazione, ma è anche il caso di sottolineare che da soli non sono sufficienti a “creare” occupazione, in mancanza di offerte di lavoro. Sarebbe come sperare nell’incontro di ciò che c’è, ovvero la richiesta di lavoro, e ciò che non c’è, appunto l’offerta. Tenendo ben presente, peraltro, che il crescente fenomeno del lavoro precario non può in alcun modo rappresentare una giusta risposta.

A fronte di un mondo globale e in continua evoluzione, di competenze sempre più specialistiche, di mobilità del lavoro accentuata, di vero o presunto superamento dello stesso concetto di “posto fisso”, è indispensabile che tutti gli attori politici, economici, sindacali e sociali del Paese si sentano coinvolti in un ripensamento profondo e radicale del lavoro “in tutte le sue forme e articolazioni” perché riassuma il ruolo fondante a esso riservato dalla Costituzione.

A cura del Centro Studi CISAL


Cerca