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L’Italia rischia il default, la politica guarda altrove

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 Sulla scena diseguaglianze e povertà, dietro le quinte solo ambizioni elettorali 

Mentre la politica dei partiti non perde occasione per dare il peggio di sé, problemi vecchi e nuovi continuano, irrisolti, ad abbattersi sulla vita quotidiana delle famiglie italiane, relegandone percentuali crescenti sotto la soglia di povertà. 

E’ l’amara considerazione di Francesco Cavallaro, Segretario Generale della CISAL, guardando al disastro economico e sociale che travolge il Paese nella sostanziale, colpevole indifferenza della classe politica.

Sempre che il Governo, dopo l’ammonizione dell’Europa per i conti del 2016, riesca a trovare i 3 miliardi e mezzo di euro contestati e ad evitare così la procedura di infrazione, le prospettive per l’anno in corso e per quello successivo restano nere. Basti pensare, spiega il Segretario, alle famose clausole di salvaguardia finora utilizzate a garanzia della stabilità dei precedenti bilanci, ma non più utilizzabili in disavanzo e che peseranno nel 2018 per circa 20 miliardi. O al risanamento delle banche, già costato circa 30 miliardi e non ancora concluso, o al necessario finanziamento delle politiche attive nel rinnovato mercato del lavoro, o a quelli per le crescenti povertà, per i terremotati, per gli interventi di risanamento idrogeologico, per i contratti del pubblico impiego.

Ebbene, di tutto questo sembra che la politica si preoccupi poco, impegnata com’è in una grottesca campagna elettorale fine a se stessa. Adempimenti annuali come l’imminente presentazione del DEF si trasformano così da strumenti ordinari di gestione dei conti, a vere e proprie forche caudine. Tanto più quest’anno, in cui alle consuete difficoltà si aggiungono gli effetti dei disastrosi eventi sismici del Centro Italia e del fenomeno immigrazione, divenuto strutturale e non più annoverabile tra le emergenze.

In un Paese che annaspa, prosegue il Segretario, che non riesce a rimettersi in moto, che non cresce se non al di sotto della media europea, che conferma le ataviche differenze tra Nord e Sud, che vede allargarsi vistosamente la forbice delle diseguaglianze, che non investe e non attrae capitali dall’estero, che stenta a dare risposte credibili ai pur gravissimi problemi della crescente povertà, a quelli delle periferie metropolitane, dei giovani e dell’occupazione in generale, in un Paese stanco e profondamente sfiduciato, la politica è assente.

Due esempi drammatici di tanta inerzia, ricorda Cavallaro, sono la riforma del mercato del lavoro e l’ennesima riforma della pubblica amministrazione. La prima priva, a distanza di quasi due anni dalla sua applicazione, della parte attuativa più qualificante: manca ancora il concreto ed effettivo funzionamento delle politiche attive del lavoro, quelle che avrebbero dovuto consentire da subito, dall’entrata in vigore della legge del 2015, la cosiddetta presa in carico del lavoratore in cerca di primo lavoro o di nuovo lavoro perché licenziato o comunque disoccupato, dotandolo di adeguato reddito di sostegno e soprattutto di adeguata formazione e conseguente ricollocazione. La seconda, la riforma Madia, varata trascurando di fatto la sentenza del 2015, promossa dalla FIALP CISAL, che ha condannato il Governo per l’illegittimo mancato rinnovo pluriennale del contratto, e sviluppata a prescindere da un serio e doveroso coinvolgimento di lavoratori in credito di contratto da otto anni. Viene anzi spontaneo, in proposito, il sospetto che la scelta di focalizzare l’attenzione sulle nuove norme contro le assenze per malattia il venerdì o il lunedì, così come il pseudo accordo di un misero incremento medio pro capite a regime (nel 2018) di 85 euro lordi al mese, siano da ritenersi destinati più a soddisfare l’opinione pubblica che a perseguire il sacrosanto obiettivo di una P.A. efficiente.

Evidentemente, ironizza Cavallaro, per affrontare “il nuovo che avanza” il Governo italiano ritiene sufficiente aver varato l’Agenda Digitale. Poco importa che, dopo anni di sconsiderati blocchi dei turn-over, il reclutamento del personale pubblico resti ancorato alle antiche e obsolete procedure. Emblematici in tal senso due concorsi in atto, per notai e per cancellieri. Per il primo, 400 posti e poco più di 2.000 concorrenti (erano circa 4.000 ante preselezione), tre prove scritte, tempi di correzione non inferiori ai due anni, prove orali in epoche da definire. Per il secondo, destinato a 800 cancellieri, 308.468 concorrenti!

E non sarà certo una preselezione a quiz a risolvere il problema, conclude Cavallaro. 


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