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Sulle pensioni cambiare rotta. Stop a discriminazioni e a trattamenti troppo bassi

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(Italia Oggi, 24 aprile 2018)

Lavoratori costretti a ricorrere a prestiti, da scontare sulle proprie future misere pensioni con tanto di interessi, mentre pagano profumatamente contributi sociali (il 33 per cento della retribuzione che rappresenta il “sudato” salario previdenziale, oltre all’Irpef), che sarebbero invece più che sufficienti per andare in pensione a un’età decente, come prevedeva la legge Prodi dal 2013: a 63 anni di età e 35 di contributi, secondo la cosiddetta Quota 98. 

 

Il sistema previdenziale, oggetto di dibattiti sempre più animati e tema caldo in particolare della recente campagna elettorale, continua a rappresentare una spada di Damocle sulle teste indifese dei cittadini italiani. Il problema, che tocca il momento di massima concretezza nella determinazione dell’età pensionabile, parte da lontano, pretende soluzioni basate su presupposti chiari, coraggio e onestà intellettuale e promette molteplici ripercussioni in ambito sociale.

D. Segretario, c’è chi paventa conseguenze drammatiche per il Paese in caso di abrogazione o modifica della legge Fornero, in particolare se si introducessero la Quota 100 o la Quota 41. Condivide tali preoccupazioni?

R. Il Paese in ambito pensionistico ha imboccato da tempo una strada senza uscita, quindi è necessario cambiare rotta al più presto. L’approccio che ha contraddistinto le scelte degli ultimi governi, fin troppo ligie alle direttive europee, si è mostrato privo di lungimiranza e ci ha reso schiavi di una visione a senso unico che ci sta portando alla rovina. E’ evidente che un ritorno alle norme precedenti alla legge Fornero, magari ripristinando la Quota 98 o 100 o un’anzianità contributiva minore di quella attualmente prevista, avrebbe una ricaduta immediata sull’erario. Gli aventi titolo sarebbero legittimamente indotti a fare valere i propri diritti. Del resto, proprio questa sarebbe la ratio di un sistema previdenziale basato su regole diverse da quelle attuali, restituire agli italiani un trattamento pensionistico dignitoso e favorire il turn-over sul posto di lavoro.

D. Non ci dovrebbe dunque spaventare la minaccia di costi esorbitanti? Si parla di decine di miliardi.

R. Sono valutazioni fondate su presupposti incondivisibili. La CISAL ha più volte sottolineato e dimostrato come il bilancio INPS, opportunamente riclassificato in base alla natura previdenziale delle pensioni, strettamente collegate ai contributi versati dai lavoratori, presenti un avanzo positivo tale da assorbire i costi derivanti dalla richiesta di flessibilità dei requisiti pensionistici.

D. A quali soluzioni pensa, considerata l’attuale situazione delle finanze pubbliche?

R. Innanzitutto, fatta chiarezza una volta per tutte sulla questione dei conti della previdenza pubblica, è necessario confutare in maniera radicale l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL. E’ assurdo continuare a confonderla con la mera assistenza. Poi è necessario porre rimedio alle numerose incongruenze dell’attuale normativa. Basti pensare al criterio della speranza di vita. Come dimostrato anche dal professor Lucio Casalino, consigliere nazionale CISAL, esperto di previdenza e docente universitario, vi sono profonde differenze in merito tra ambiti territoriali e culturali diversi. Eppure, in linea generale, tutti i cittadini vanno in pensione secondo regole che non tengono conto di tale disparità. E cosa dire della grave discriminazione patita da chi ha iniziato l'attività lavorativa nel 1996 e si è visto assoggettare al calcolo contributivo “puro”, senza il riconoscimento della protezione sociale consistente nell’integrazione al trattamento minimo pari a € 507 in caso di pensione di importo inferiore a tale limite? Con la drammatica conseguenza, vergognosa per una società civile, che sono in corso di erogazione pensioni e assegni, in particolare d’invalidità, da 140 euro al mese (il 10% rispetto a un salario di 1.400 euro mensili) e di reversibilità di 84 euro mensili (il 60% della pensione diretta di 140 euro). Ci vuole coraggio a parlare di equità!

D. Quindi a suo parere esistono alternative percorribili.

R. Certo, e lo dimostra un paradosso. Se al lavoratore fosse stata offerta la possibilità di vedersi aumentare la contribuzione pensionistica nella misura dello 0,50 o dell’1 per cento - sterilizzata ai fini del calcolo della pensione -, per conservare il “privilegio” di potersi ritirare dal lavoro a un’età accettabile, si ritiene davvero che l’avrebbe rifiutata? Probabilmente avrebbe preferito perdere 10, 20 euro al mese, ma conservare un trattamento pensionistico degno di tal nome e privo di debiti.

D. Eppure, un incremento dei contributi a carico del lavoratore, ne avrebbe ridotto il reddito.

R. Perché, il contributo che il lavoratore deve fornire alle banche e alle assicurazioni direttamente dalla propria pensione non è forse una riduzione del reddito, pesante e inattesa? E la quota parte fornita dallo Stato come partecipazione delle spese del lavoratore per accedere all’APE, non deriva forse dalle tasse pagate dal lavoratore? Vorrei ricordare che con la legge 297 del 29 maggio 1982 fu introdotto un aumento della contribuzione dello 0,50 per cento finalizzato a sostenere la perequazione delle pensioni. Nominalmente a carico dei datori di lavoro, tale onere era in realtà computato nel periodo di riferimento della contribuzione stessa e poi detratto una tantum dall’ammontare del trattamento di fine rapporto. Ciò significa che al lavoratore nulla arriva gratis! Tutto è abbondantemente pagato. Si pagano i contributi per la pensione, si pagano banche ed assicurazioni per la pensione anticipata, si paga il contributo per la perequazione delle pensioni. Ma che almeno non si continui in questa spirale recessiva, in questa continua mortificazione del lavoro e del lavoratore.

D. In quale misura l’introduzione dell’APE ovvierà a questi problemi?

R. L’APE creerà ulteriori differenze sociali, indebitando le fasce più deboli a favore di banche e assicurazioni e appesantendo ulteriormente i conti pubblici attraverso il meccanismo delle detrazioni. L’APE volontaria - la strada impervia della flessibilità in uscita -, è infatti onerosa sia per i lavoratori, che in una fase delicata della vita si trovano a dover fronteggiare un debito non immaginato né immaginabile, sia per lo Stato, che partecipa con uno sgravio fiscale alle spese conseguenti a tale scelta.

D. Da dove dovrebbe cominciare, dunque, questa rivoluzione della previdenza?

R. Dalla consapevolezza che il sistema previdenziale è perfettamente autosostenibile. Quella che sta esplodendo, invece, è la spesa delle prestazioni assistenziali frutto di mere elargizione disorganiche, se non elettoralistiche, inserite erroneamente nel bilancio INPS, ma che devono essere poste a carico della fiscalità generale. Su 16,1 milioni di pensionati INPS, oltre il 51 per cento è costituito da titolari di pensioni assistite! La rappresentazione che se ne fornisce al Paese e all’Europa è errata, perché viene comunicato dall’ISTAT l’inserimento nella spesa pensionistica di alcune prestazioni chiaramente di natura assistenziale, quali i prepensionamenti, le maggiorazioni, le integrazioni al minimo, gli assegni familiari e via dicendo. In tal modo viene fatto lievitare surrettiziamente il costo sostenuto dall’Italia per le pensioni. La verità è che non è necessario innalzare l’età pensionabile.

D. La sorpresa più bella che il nuovo governo potrebbe riservarle all’indomani dell’insediamento?

R. Vorrei risvegliarmi un giorno e scoprire che è stato costituito un nuovo ente, l’INP (Istituto Nazionale Pensioni), finanziato solo con i contributi del lavoratore, in grado di gestire ed erogare, con un proprio e separato bilancio, tutte le pensioni IVS (invalidità, vecchiaia/anzianità e ai superstititi) comprese le prestazioni collegate a esse (supplementi, ricostituzioni, ecc.), con a capo un direttorio composto da lavoratori eletti dal personale - come era per la Commissione del Personale dell’INPS -. Questo sì, lo copierei dalla Germania.

 

 


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