La parità si ottiene col welfare

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Sono circa 1,8 milioni le famiglie italiane in condizioni di povertà assoluta per un numero complessivo di 5 milioni di individui. Gli ultimi dati diffusi dall’Istat spiegano come i livelli rimangano ai massimi dal 2005 quando le famiglie italiane in condizioni di povertà assoluta erano 819 mila. Nel nord del paese il numero è cresciuto da 274 mila a 716mila, nel centro da 135mila  a 284mila e nel Mezzogiorno da 411 a 822mila. Si registra un arresto della crescita del numero di nuclei familiari in stato di indigenza assoluta ma l’incidenza, pari al 7%, è rilevante. La povertà assoluta  si conferma più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti, tra i giovani e tra gli stranieri, aumenta non poco tra i minori che sono  1 milione e 260mila. Il Mezzogiorno si conferma l’area più colpita registrando percentuali del 9,6 nella parte continentale e del 10,8 nelle Isole. Aumenta la povertà relativa, che riguarda 9 milioni di individui, cresce in particolare a Nord-Est mentre si registra una lieve inversione di tendenza a Sud e nelle Isole.

Secondo le ultime statistiche sull’occupazione, diffuse proprio ieri dall’Istat, a maggio 2019 gli occupati risultano in crescita rispetto al mese precedente, anche il tasso di occupazione sale al 59,0% portandosi ai massimi dal 1977. Il numero degli occupati ha raggiunto 23 milioni e 387 mila unità. L’aumento dell’occupazione si concentra tra gli uomini mentre risultano sostanzialmente stabili le donne; per età sono stabili i 15-24enni, in calo i 35-49enni e in aumento le altre classi di età, prevalentemente gli ultracinquantenni. Si registra una crescita sia degli indipendenti sia dei dipendenti, permanenti e a termine.

Lo scenario non è affatto roseo, nonostante la contenuta ripresa economica la povertà non scende. Essa è l’effetto congiunto di due fattori: l’alto livello di disoccupazione, che permane, e i forti divari strutturali tra nord e sud.

L’Italia rimane un paese diviso in due, come dimostrato dall’impietoso confronto, esiste ancora una parte di paese che sta nell’ombra, fragile, quella delle aree interne, dei borghi in contrazione. Sono i luoghi della rarefazione demografica, dell’abbandono e del degrado dei patrimoni abitativi, del deficit grave di servizi al cittadino, della mancanza di lavoro, delle diseguaglianze e del disagio.

Una profonda crisi sta investendo interi settori del lavoro, dalla meccanica, ai trasporti, alla sanità al commercio e sta mettendo in ginocchio un numero esponenziale di famiglie soprattutto nel sud Italia ma i dati sono allarmanti per tutto il territorio nazionale.

Prendiamo il caso Whirlpool, l’ipotesi di rilancio è molto difficile come visto negli ultimi giorni, circa 430 lavoratori dello stabilimento di Napoli sono senza lavoro dal 31 maggio scorso, manca un piano di rilancio aziendale e la dirigenza ha dichiarato che, anche se lo Stato mettesse a disposizione incentivi, il sito di Napoli sarebbe da chiudere perché non basterebbero. I lavoratori sono in presidio permanente.

Oggi i tavoli di grandi vertenze industriali aperti al ministero dello Sviluppo sono circa 140, coinvolgono quasi 200mila lavoratori, dei quali 80mila al sud. Il ministero spiega che mancano le infrastrutture, il mercato e le banche, quindi è difficile trovare imprenditori disposti a investire, di conseguenza, non resta che rispondere all’emergenza con la cassa integrazione. Ricordiamo fra le emergenze del sud i 1.500 ex addetti di grandi catene come Carrefour, Coop e Trony, i 290 operai della Industria Italiana Autobus; da Firema al gruppo Natuzzi; da Almaviva agli ex dipendenti Fiat a Termini Imerese.

Mettere in campo un welfare capace di dare risposte inedite a bisogni sociali vecchi e nuovi è dunque urgente e bisogna ripartire dai profondi squilibri che attraversano sia il  Mezzogiorno che il resto del paese, bisogna farlo concretamente, avendo una visione nuova, che detti obiettivi a lungo termine a cominciare dal garantire a chi nasce in una famiglia indigente gli strumenti per sottrarsi, da adulto, alla marginalità sociale. Favorire il diritto all’informazione, all’istruzione, alla informazione, alla cultura attraverso politiche volte al sostegno economico e all’inserimento nel mondo del lavoro.

Il nostro è un paese che invecchia, si fanno sempre meno figli, si spreca il talento femminile, è un paese in cui essere giovani è un problema molto serio. Come abbiamo visto, sono proprio loro, i giovani, ad avere maggiori difficoltà a trovare un lavoro, per la maggior parte svanisce l’idea di una progettualità di vita: l’acquisto di una casa, crearsi una famiglia. Con un mercato del lavoro altamente instabile chiedere un mutuo o un prestito, soprattutto se si è in una famiglia monoreddito, senza immobili da offrire a garanzia e se non si vuole cadere facile preda di soggetti senza scrupoli, diventa una impresa titanica.

Per sopravvivere a una tale tempesta le riforme del welfare pubblico e privato devono perseguire l’idea che la demografia e sistemi previdenziali meno penalizzanti sono la base su cui costruire gli scenari dei possibili futuri e della certezza che occorre puntare sulle competenze e sulla conoscenza per promuovere lo scambio intergenerazionale, ridurre le differenze e combattere le fragilità sociali. Le disuguaglianze, oggi, sono tali da richiedere una maggiore spesa pubblica e maggiori salari, a tale proposito abbiamo riscontrato con soddisfazione che provvedimenti in tale direzione sono stati intrapresi.

Già in occasione dell’incontro con il Presidente del Consiglio Conte, avvenuto lo scorso dicembre, la CISAL si era dichiarata favorevole all’approvazione del decreto che contiene le norme relative a reddito di cittadinanza e quota 100 valutando il deciso intervento del Governo una prima e importante risposta alle esigenze dei lavoratori, delle famiglie in difficoltà e dei giovani in cerca di occupazione,  si palesa, inoltre, da parte dell’attuale Governo la volontà di costruire un dialogo con tutte le parti sociali e ciò lascia ben sperare sulla possibilità di comporre interessi diversi nel nome del Paese.

Rdc e quota 100 hanno già registrato i primi segnali positivi, ma una previsione economica e sociale, così come una più generale prospettiva politica di cambiamento, necessita tempo per iniziare ad affermarsi.

Il Reddito di cittadinanza, che mira a pareggiare il divario tra reddito familiare e soglia di povertà, era un intervento da adottare d’urgenza e ora si allarga la platea dei suoi potenziali destinatari. Il Decreto Crescita appena approvato al Senato, prevede infatti un nuovo sistema di calcolo dell’Isee che inserisce la perdita del posto di lavoro nei 18 mesi precedenti come criterio sufficiente per poter chiedere l’Isee corrente, ovvero basato sui redditi degli ultimi 12 mesi. Inoltre, viene introdotta la doppia opzione di calcolo dell’Isee ordinario, quindi la possibilità di scegliere se devono essere considerati i patrimoni e i redditi del secondo anno precedente o del primo, nel caso in cui sia più conveniente.

In partenza si stabiliva che l’Isee corrente poteva essere chiesto se si fosse verificata la concomitanza dei due eventi: la situazione reddituale familiare che subiva un’oscillazione negativa superiore al 25% e la variazione della situazione lavorativa di almeno uno dei componenti il nucleo familiare, avvenuta nei 18 mesi precedenti la richiesta. Adesso, invece, con il decreto Crescita i requisiti diventano alternativi e si aggiunge un’ulteriore opportunità rispetto a quelle originarie e che migliora la situazione per i richiedenti, come spiegato in una nota del ministero del Lavoro. La valutazione delle domande sulla base del reddito corrente consentirà ai disoccupati da oltre 18 mesi, in presenza degli altri requisiti, di ottenere il reddito di cittadinanza.

Rdc avrà un suo risultato nel corso dei prossimi mesi e sarà tangibile, pur risentendo della limitatezza delle risorse messe in campo, ancor di più di quanto non lo sia stato il bonus fiscale degli 80 euro.

Intanto molte persone in difficoltà sono state raggiunte da questo strumento pensato per rinnovare lo stato sociale e contrastare l’emarginazione, le disuguaglianze e l’esclusione lavorativa. La povertà inibisce lo spirito di iniziativa, anestetizza il senso di responsabilità, contrae la partecipazione, restringe gli spazi della professionalità umiliando il merito di chi lavora e produce. Oggi viene finalmente restituita la speranza a chi finora non ce l’ha avuta ovvero quella di poter trovare spazio nella società.

Quota 100, baluardo del contratto stipulato tra lega e Movimento 5 Stelle, consente un rapido accesso delle persone al sistema pensionistico, ciò ha riflessi positivi sul mercato occupazionale grazie al turnover rivolto soprattutto ai giovani che arrancano posticipando sempre più l’entrata nel mondo del lavoro.

Positiva la notizia, resa nota di recente dall’istituto di previdenza, che a luglio verranno pagate circa 3.150.000 di quattordicesime insieme al normale assegno dell’Inps.

Ma il Reddito di Cittadinanza e la quota 100 non potranno risolvere tutti i problemi che si affacciano all’orizzonte, problemi che si sono sedimentati nel corso degli anni e che avranno effetti per lunghi anni ancora.

Sappiamo che mancano e mancheranno sempre più medici ed infermieri, che ci sono uffici pubblici prossimi al collasso per la mancanza di personale, anche questi elementi frutto di scelte adottate nel corso degli anni e avranno effetti per gli anni a venire, saranno di complessa soluzione. Chi ne pagherà le spese saranno i cittadini, soprattutto quelli compresi, loro malgrado, nelle fasce più deboli e chi non è compreso in queste dovrà probabilmente confrontarsi con problemi nuovi.

Con i pensionamenti dei  prossimi anni si ridurrà gradualmente il numero dei lavoratori con significative contribuzioni nel periodo in cui era in vigenza il sistema di calcolo retributivo, ciò vuol dire che i lavoratori che matureranno il diritto alla pensione vedranno, anno dopo anno, il loro trattamento sempre più ridotto rispetto alla retribuzione percepita in attività di servizio e questo per effetto della prevalenza del sistema di calcolo contributivo, introdotto dalla riforma Dini del 1995.

Le pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo sono da anni sottoposte ad una ridotta perequazione nonostante in attività di servizio tutti paghino una quota aggiuntiva prelevata dai trattamenti di fine rapporto per sostenere, appunto, il sistema previdenziale nella indicizzazione dei trattamenti pensionistici. Anche per i dipendenti pubblici, che hanno visto le loro retribuzioni bloccate per anni, ci saranno conseguenze sui trattamenti soprattutto se le loro pensioni saranno nelle fasce comprese interessate alla riduzione della indicizzazione.

Il paese tenta lentamente di riprendersi, vi sono sicuramente insidie ed ostacoli, anche esterni alle dinamiche interne nazionali, lo scorrere degli ultimi decenni ha mostrato tenacia e volontà di andare avanti ma la resistenza alla resa non è stata accompagnata da una progettualità concreta volta a porre basi solide per affrontare il futuro. I dati sulla crescita che abbiamo visto e analizzato sono impietosi e impongono l’immediata definizione di un progetto di ampio respiro per il nostro paese. E su questo che si dovrebbe aprire un serrato ed efficace dibattito, prima che sia troppo tardi.

di Francesco Cavallaro, Segretario Generale CISAL


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